Ridimensionare i big data: contano ancora istinto e budella

Più sento il termine “big data” più mi rende sospetto. Non come Edward Snowden, che pensa che il governo ci stia in qualche modo spiando. Se i curiosoni di Fort Meade, la sede dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, vogliono guardare dentro i miei cassetti telematici della biancheria per cercare indizi di terrorismo facciano pure. Sono lieto di fare la mia parte in nome della sicurezza nazionale. Il problema è quando il termine “big data” diventa fuorviante. di Philip Delves Broughton Leggi l'editoriale I Big Data applicati a noi stessi ci faranno morire d’ansia (e di disamore) - O'Malley Salvare il calcio dai Big Data
14 AGO 20
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Più sento il termine “big data” più mi rende sospetto. Non come Edward Snowden, che pensa che il governo ci stia in qualche modo spiando. Se i curiosoni di Fort Meade, la sede dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, vogliono guardare dentro i miei cassetti telematici della biancheria per cercare indizi di terrorismo facciano pure. Sono lieto di fare la mia parte in nome della sicurezza nazionale. Il problema è quando il termine “big data” diventa fuorviante. Una cosa è quando gli analisti della Nsa o gli scienziati al Large Hadron Collider o i sequenziatori di genoma parlano di big data. Grandi chiodi richiedono grandi martelli, e il fenomeno dei big data è certamente reale, una marea di informazioni che le persone capaci possono usare con grande profitto. Ma è un’altra cosa quando si inizia a dire che i big data sconvolgeranno la nostra vita. Nel loro libro “Big Data: A Revolution That Will Transform How We Live, Work and Think”, Viktor Mayer Schönberger e Kenneth Neil Cukier scrivono: “La società dovrà lasciar cadere alcune delle sue ossessioni per i fenomeni di causalità in cambio di correlazioni semplici: non interesserà sapere il perché ma il come. Questo ribalta secoli di pratiche stabilite e sfida la nostra comprensione basilare su come fare una decisione e osservare la realtà”. Dobbiamo imparare a fidarci di quello che i big data ci dicono prima di capirne appieno il perché. Gli autori dicono inoltre che un cambiamento così drastico richiederà un gran numero di aggiustamenti. L’etica, la morale, le libertà civili, ogni cosa rischia di essere gettata sotto il treno dei big data.
Fortunatamente abbiamo già molti elementi da cui far partire questa discussione. Negli anni Ottanta, l’industria finanziaria fu trasformata dall’arrivo di quelli che al tempo sembravano davvero dei big data. I broker furono rimossi dalle piazze di scambio e rimpiazzati da operazioni digitali. Infiniti rallentamenti furono eliminati e l’industria conobbe un boom. Gli esperti informatici iniziarono a fare la loro comparsa nelle banche e negli hedge fund per riconoscere opportunità di trading nel gran fiume di dati. Le cose sono andate storte quando tutti hanno iniziato a pensare di poter fare lo stesso. Quando mansioni molto delicate, facilitate dal nuovo fiume di dati, sono cadute nelle mani di uomini che non avevano la minima idea di cosa stessero facendo. Quando attori del calibro di Citibank e Société Générale hanno iniziato a pensare di poter giocare con il meglio degli hedge fund, quello era il momento di iniziare a mettere i soldi dentro al materasso. Quando tutto quello che fai è guardare i modelli di dati cercando istruzioni, cercando i cosa e non i perché, diventi una preda facile di rischi abnormi. Quello che sembra ovvio a posteriori, ovvero che non c’è un’alchimia capace di trasformare i prestiti subprime in derivati sicuri, è stato trascurato o volontariamente ignorato da una Wall Street tutta rivolta ai big data. Ai manager viene detto costantemente che sono a una nuova installazione di hardware o software dal nirvana del business. Ma dovrebbero tenere in mente la lezione della crisi finanziaria la prossima volta che un consulente entra nel loro ufficio declamando che i big data sono la prossima “big thing” o, ancora peggio, un “cambio di paradigma”. Perché i big data come opportunità tecnologica e i big data come teoria di management sono due cose separate. Le informazioni a nostra disposizione non saranno mai perfette, nonostante tutti i big data che contengono. Per quanto efficienti i modelli possano diventare, i manager continueranno a prendere decisioni con poche sicurezze dei risultati. I dati aiutano e lo fanno fin da quando i ricognitori degli eserciti antichi facevano ritorno con numeri affidabili: Eisenhower durante il D-Day aveva più dati di Annibale a Canne, ma fare la guerra è rimasta un’attività infernale. La sfida per chi decide sono sempre stati il cervello e il cuore umani, che oggi sembrano più dispersi che mai nella nebbia dei terabyte. I consulenti stanno già tirando fuori una raffica di modelli di big data per i manager. Ma ci saranno ancora trader disonesti, topi nelle cucine dei ristoranti e operatori informatici ubriachi. Che i big data riusciranno a sfuggire dalle falle della gestione umana – mai sentito parlare di knowledge management? – è ancora tutto da provare.
I data sono “big” già da un pezzo e continueranno a crescere in maniera esponenziale. Ma noi non dovremmo sentirci inadeguati perché facciamo affidamento sulle budella, sull’intuizione, sui pregiudizi. La tecnologia ha una lunga strada da percorrere nella mappatura delle variabili della vita umana. E quando inizieremo a sentirla come opprimente, abbiamo un’arma letale nel nostro arsenale. Si chiama tasto di spegnimento.
di Philip Delves Broughton
giornalista finanziario inglese
Copyright Wall Street Journal
(per gentile concessione di MF/Milano Finanza)